Si può dire che il vino l’accompagna fin dalla nascita, nata in Borgogna, a Digione, luogo d’origine dei vini di grande qualità. Era il 1° aprile 1994. L’amore per il mondo del vino è cresciuto sempre di più grazie alla passione trasmessa da suo padre, il professor Luigi Moio. Dopo aver conseguito la laurea triennale in tecnologie agrarie all’università Federico II, ha completato gli studi a Bordeaux, ottenendo il Diplôme National d’Oenolgie presso l’Istituto di scienze della vigna e del vino. Durante gli anni trascorsi in Francia, ha svolto il tirocinio presso il prestigioso Château Haut-Brion, Premier Grand Cru Classé a Pessac. Tornata in Italia, ha portato con sé tutte le conoscenze acquisite per impiegarle nell’azienda di famiglia, Quintodecimo in provincia di Avellino. È Chiara Moio.

Appartieni a una famiglia con un nome importante nel campo dell’enologia, quanto ha pesato o quanto ti ha agevolato nella scelta della tua professione questo back ground familiare?
È un grande privilegio quello di essere nata nella mia famiglia, probabilmente se così non fosse stato non avrei mai scoperto questo mondo straordinario. Mio padre, il professor Luigi Moio, fin da bambini a me, a mia sorella e ai miei fratelli, ha sempre trasmesso la sua enorme passione, prima di tutto per lo studio e poi per un’idea affascinante di fare vino, che va molto oltre la mera produzione. È una visione molto più profonda, legata al concetto di bellezza, di armonia, di equilibrio, a partire dalla scelta del luogo per la coltivazione delle uve, alla cura per le vigne fino alla messa in bottiglia del vino. Una visione che noi tutti abbracciamo e che portiamo avanti a Quintodecimo.
Come ti sei preparata al tuo ruolo in azienda e come si è strutturata la tua scelta per studi ed esperienze formative?
Sono nata in Borgogna, a Digione, nella culla del Pinot Noir e dello Chardonnay, forse ero già predestinata a lavorare in questo mondo. Durante i miei studi superiori al liceo classico, ho maturato un forte interesse per le materie scientifiche. Il vino era sempre presente intorno a me, già partecipavo con Quintodecimo ad eventi legati a questo mondo, come per esempio Vinitaly e mi sono iscritta a Tecnologie agrarie all’università Federico II di Napoli. Parallelamente ho ottenuto il diploma di sommelier presso l’AIS Campania. Ho completato la mia formazione a Bordeaux, in Francia, dove ho conseguito il Diplôme National d’Oenolgie presso l’Istituto di scienze della vigna e del vino. Qui ho fatto le mie prime esperienze sul campo, particolarmente importante è stato il tirocinio a Château Haut-Brion, Premier Grand Cru Classé a Pessac, dove ho avuto la possibilità di imparare tutto a 360 gradi, dai lavori in vigna alle analisi in laboratorio fino alla produzione e alla commercializzazione del vino.
Di cosa ti occupi oggi in azienda?
Sono arrivata in azienda nel 2018 e durante i primi anni ero concentrata sull’aspetto viticolo ed enologico. Da circa tre anni mi occupo di export, curo i rapporti con gli importatori raccontando in giro per il mondo la storia, la filosofia ed i vini di Quintodecimo. Mi occupo in parte anche della sezione amministrativa, affianco Laura, co-fondatrice dell’azienda insieme a mio padre. Lei è il mio punto di riferimento, grazie a lei ho imparato tutti gli aspetti burocratici e la gestione dell’azienda dal punto di vista contabile.
I vini dell’Irpinia come si posizionano nell’ambito della viticoltura campana e italiana?
Credo che l’Irpinia stia avendo il riconoscimento che merita, ovvero di essere uno degli areali più vocati della Campania, e non solo, per la produzione di vini di grande qualità, con le sue tre DOCG: Taurasi, Fiano di Avellino e Greco di Tufo. Penso che in Italia stia raggiungendo la reputazione che compete con altre grandi regioni vinicole italiane soprattutto per quanto riguarda le varietà autoctone.
Quanto contano le organizzazioni di settore nella tua regione nella promozione enologica in questo momento in cui il vino attraversa momenti complicati?
Le organizzazioni di settore svolgono oggi un ruolo significativo nella promozione del vino, specialmente in un momento in cui il settore sta affrontando diverse difficoltà. Sono importanti le attività di promozione sui mercati esteri, internalizzazione, marketing, grazie anche ai consorzi di tutela dei vini che svolgono un lavoro di coordinamento e di supporto.
Come si pongono e che ruolo hanno assunto le Donne del Vino nella tua regione?
Le Donne del Vino hanno un ruolo importantissimo e sono orgogliosa di farne parte. È un’associazione che dà voce alle donne del settore, non solo produttrici ma anche ristoratrici, enotecarie, sommelier, giornaliste, avvocate, architette e professioniste di ogni ambito del settore vitivinicolo. Questo fa sì che ognuna possa imparare qualcosa dall’altra creando una rete di contatti importante. Grazie agli eventi che organizzano, con scopi benefici, spesso coinvolgendo l’arte, in locations esclusive, valorizziamo il mondo del vino campano sotto diversi aspetti, lavorando sempre di più sul legame tra vino e territorio.
Come vedi, da giovane, il rapporto dei giovani con il vino?
Vedo, senza dubbio, che i giovani bevono molto meno vino, ma quando lo fanno prediligono la qualità. Posso dire che non è più un consumo quotidiano anche perché c’è sempre più attenzione al benessere e ad uno stile di vita sano, ma c’è una ricerca più accurata nella scelta del vino, che riesce a rendere ancora più speciale l’occasione di berlo. Credo che affascini molto la storia e la filosofia che c’è dietro ogni bottiglia oltre alla qualità, così che la bottiglia possa prendere parte alla conversazione, penso che sia il vero simbolo della convivialità.
Che consigli daresti alle giovani donne che intendono intraprendere una carriera lavorativa nel mondo enoico, in vigna o in cantina?
Consiglierei di intraprendere questa carriera perché abbiamo la fortuna di essere italiane e l’Italia è un paese agricolo; quindi, noi giovani dovremmo valorizzare quello che abbiamo e raccontarlo in giro per il mondo, ovviamente con la giusta formazione. Penso che oggi il mondo del vino abbia bisogno di giovani donne per l’imprinting che riusciamo a dare sotto vari aspetti, diverso da quello maschile, nella comunicazione, nell’enoturismo, nella commercializzazione, nell’internalizzazione, facendo valere le nostre competenze su più fronti.
