Cristina Varchetta, classe 1991, lavora da quattro anni nell’azienda di famiglia Cantine Astroni, nel cuore dei Campi Flegrei. Ha intrapreso un percorso di formazione continua: sommelier AIS, WSET 3, master in Wine Business (UNISA), corso in comunicazione del vino alla scuola Alma di Gualtiero Marchesi e formazione in social media management presso ILAS Napoli. Appassionata di cultura e territorio, si occupa di accoglienza, comunicazione ed export, con una visione aperta, multidisciplinare e inclusiva del vino.

Campania e vino, un binomio che sta affermandosi sempre di più accanto al più noto Campania e grano e/o Campania e pomodori. Ti ritieni fortunata a vivere questo momento storico della viticoltura, nonostante le difficoltà dei mercati?
Assolutamente sì. Ritengo che questo sia un momento importante, quasi epocale, per la viticoltura campana. Finalmente si parla di Campania come terra di vini, non solo come terra di cibo. È una narrazione che aspettavamo da tempo, e che oggi trova conferma nei numeri, nei riconoscimenti internazionali e, soprattutto, nella consapevolezza crescente dei produttori. Certo, i mercati sono complessi: tra crisi geopolitiche, cambiamenti climatici e oscillazioni della domanda. Ma è proprio in questi momenti che occorre essere resilienti, creativi e autentici. E per chi lavora con amore e con rispetto per la terra, questo è un tempo in cui possiamo seminare molto.
Come si pone la tua azienda in questo contesto e quale è il ruolo che svolgi tu nello specifico?
Cantine Astroni è un’azienda di famiglia, guidata dalla famiglia Varchetta, profondamente radicata nel territorio dei Campi Flegrei. Sin dalle origini, abbiamo creduto nel valore dei vitigni autoctoni come Falanghina e Piedirosso, lavorando per preservarli e valorizzarli attraverso una viticoltura sostenibile e rispettosa del paesaggio. All’interno dell’azienda ricopro un duplice ruolo. Da un lato, mi occupo dell’accoglienza in cantina: progetto e coordino esperienze pensate per raccontare il territorio e il mondo del vino in modo coinvolgente, attraverso percorsi che uniscono conoscenza, bellezza e relazione umana. Dall’altro, svolgo il ruolo di export manager, curando le relazioni con l’estero e promuovendo i nostri vini sui mercati internazionali. Il mio obiettivo è portare la voce dei Campi Flegrei oltre confine, costruendo relazioni solide e durature con chi sceglie di raccontare il nostro vino nel mondo. Credo profondamente nella contaminazione tra linguaggi – vino, arte, natura – come chiave per una comunicazione viva e contemporanea, capace di coinvolgere pubblici diversi e generare valore culturale oltre che commerciale.
Hai sempre pensato che avresti lavorato nel mondo enoico o la decisione è venuta successivamente ad altre esperienze?
Il vino è sempre stato una costante nella mia vita: sono nata in un’azienda vitivinicola e, fin da bambina, ho respirato il profumo delle vigne e vissuto il ritmo della vendemmia. Ma non è stato un destino scritto. È stata una scelta. Dopo aver terminato gli studi superiori, ho iniziato subito a lavorare in cantina, mettendo momentaneamente da parte il percorso di formazione. A quell’età, la voglia di indipendenza e di guadagnare qualcosa era forte. Tuttavia, intorno ai 24 anni, ho sentito il bisogno di capire se il mio coinvolgimento nel mondo del vino fosse frutto di un dovere familiare o di una vera passione. Così ho deciso di prendermi una pausa dall’azienda di famiglia per fare esperienze altrove, anche in contesti lontani dal vino. È stato proprio quel distacco a chiarirmi le idee. Ho capito che il vino era davvero il mio mondo, ma non solo come prodotto: come linguaggio, come racconto, come accoglienza, come cultura. Ho iniziato a formarmi in modo strutturato: ho frequentato il corso da sommelier, un master in Wine Business all’Università di Salerno, un percorso in comunicazione del vino alla scuola Alma di Gualtiero Marchesi, ho ottenuto certificazioni WSET e svolto esperienze in diverse cantine italiane, occupandomi soprattutto di accoglienza. Nel 2021 sono tornata in azienda, questa volta con maggiore consapevolezza e una visione arricchita da studi ed esperienze diverse.
Comunicazione e accoglienza sono due aspetti fondamentali oggi per le cantine, raccontaci quali sono i tuoi metodi di approccio a questi settori e in più se hai delle modalità specifiche per la cosiddetta generazione Z
Comunicazione e accoglienza, per me, sono due facce della stessa medaglia: non si può pensare di raccontare il vino senza far vivere un’esperienza coerente, dalla risposta a una mail fino al modo in cui si riceve un ospite in cantina. Credo profondamente nella cura del dettaglio e nella coerenza tra ciò che comunichiamo online e ciò che le persone trovano quando ci incontrano dal vivo. Per quanto riguarda il dialogo con i giovani, non mi soffermerei solo sulla Generazione Z, ma allargherei il discorso anche ai Millennials, alla Generazione Alpha e persino alla Generazione X. Il mondo del vino ha pagato negli anni il prezzo di un racconto autoreferenziale, distante, che ha spesso allontanato le persone, soprattutto le nuove generazioni. Eppure, i giovani non hanno smesso di bere: semplicemente, bevono altro. Perché il vino viene percepito come qualcosa di complicato, elitario, difficile da comprendere. Il mio approccio parte da qui: semplificare senza banalizzare. Nelle degustazioni, evito termini tecnici o troppo “importanti”, preferisco guidare i visitatori in un dialogo aperto: dimmi cosa senti, e insieme capiamo cosa significa. Non c’è nulla di sbagliato nelle sensazioni personali. Questo crea fiducia, coinvolgimento e soprattutto abbassa le barriere. Con i più giovani puntiamo molto sulla contaminazione culturale: organizziamo eventi che mescolano vino, arte, musica, letteratura, creando occasioni di incontro dove il vino è parte di un’esperienza più ampia. Dalle cene con performance artistiche alle collaborazioni con creator e realtà locali, cerchiamo sempre di attivare una partecipazione reale, non passiva. Sui social – in particolare Instagram – lavoriamo con un linguaggio diretto, autentico, visivo, immediato. L’impatto e la verità pagano più dell’estetica patinata: le persone, soprattutto i giovani, vogliono sentirsi parte di un racconto, non spettatori di una messinscena.
Un tuo consiglio alle giovani donne che desiderano inserirsi dal punto di vista lavorativo nel mondo del vino
Fatevi spazio, ma senza perdere la vostra voce. Non servono modelli da imitare, serve autenticità. Il mondo del vino ha bisogno di nuovi sguardi, di storie diverse, di approcci personali. Studiate, viaggiate, assaggiate, osservate. Formatevi in modo serio e profondo, perché, purtroppo, per una donna spesso non basta “essere brava”: bisogna essere preparata, competente, solida. Ma questo non è un limite: è un’opportunità per costruire un percorso solido e rispettato. Circondatevi di persone che vi sostengono, ma anche di chi vi mette alla prova, perché è lì che si cresce. Il vino è un mondo vasto e non c’è un solo modo di starci dentro: ognuna può trovare il proprio spazio, o cambiare direzione lungo il cammino. L’importante è non smettere di ascoltarsi. Di imparare. Di mettersi in gioco, ogni giorno.
