Noemi Pizzighella, la più giovane vignaiola dell’Amarone

A soli 22 anni, nel 2016, Noemi Pizzighella prende in mano l’azienda di famiglia Le Guaite, nella Valle di Mezzane nella Valpolicella Orientale e presenta il suo progetto: Le Guaite di Noemi, nome che deriva dall’etichetta di un vino amato da Noemi che i genitori le avevano dedicato. Fin da piccola si avvicina a questo mondo, alla vendemmia e al lavoro in cantina, così, una volta scoperta la grande storia vinicola della Valpolicella, ha continuato a percorrere la strada della sua famiglia, coltivando la passione e l’amore per il territorio e per la viticoltura. Noemi con Le Guaite di Noemi rappresenta il futuro, senza dimenticare i valori del passato: vini che si rivolgono al panorama nazionale e internazionale. I suoi pilastri: cura, tempo, passione!
Il vino, per te: una scelta o un destino?
Entrambi! Ho sempre seguito i miei genitori in ogni momento, dalla cantina alla vigna, al lavoro collaterale, diciamo, cioè pubbliche relazioni, eventi, degustazione. Fin da quand’ero adolescente li affiancavo: per imparare e perché mi piaceva il loro lavoro. Per questo poi mi hanno definita la più giovane vignaiola dell’Amarone.
Una famiglia appassionata del suo lavoro e del territorio è stata sicuramente un pilastro importante nella tua formazione, ma come è nata la passione?
Ho avuto la fortuna di avere due genitori che fin da quand’ero piccola mi hanno sempre coinvolta nel loro lavoro e che mi hanno trasmesso i valori legati alla terra. Un lavoro duro ma pieno di passione per il nostro territorio, che è anche quello che contraddistingue nel mondo il made in Italy. La mia passione è sbocciata e poi esplosa quando a 17 anni ho cominciato a lavorare in cantina. La possibilità di iniziare presto a fare esperienza diretta e di poter imparare tutti i lavori collegati è stata fulminante per me.
E quindi che cosa è successo?
Ho preso in mano l’azienda nel 2016 e ho stravolto completamente la parte commerciale, il brand e l’immagine aziendale. Ciò che in famiglia, di comune accordo, abbiamo mantenuto e, semmai solo migliorato, è sempre rimasta la parte agronomica e quella di vinificazione e lavorazione in cantina. È chiaro quindi che, avendo preso in mano l’azienda a poco più di vent’anni, sono sempre stata in prima linea, sia nel portare avanti la tradizione della Valpolicella, sia nell’ essere sempre presente agli eventi, istituzionali e non. Credo nel mio territorio e nella denominazione e credo che ognuno debba fare la sua parte.
Orgogliosamente ti firmi owner, cioè proprietaria…
Non è stato semplice come in ogni cambio generazionale, ma alla fine sono i fatti che parlano. Da una piccola azienda che eravamo e conosciuta da pochi, oggi siamo una realtà riconosciuta come una delle importanti espressioni della Valpolicella, per la sua filosofia e per la qualità dei vini. Le sfide di ogni giorno sono ciò che mi nutre, nel bene e nel male. Non tutte le sfide sono semplici ma la soddisfazione che ho nel superarle è impagabile. Sì, sono proprietaria della mia cantina ora, ma questo non cambia il mio lavoro. Da sempre ho fatto tutti i lavori legati alla mia attività, ovviamente ora mi dedico più a certi aspetti che prima magari venivano seguiti dai miei genitori, ma ho sempre fatto tutto ciò che serviva, dall’essere in vigna al commercializzare i miei vini, al comunicarli al meglio ai miei clienti.
I vini rossi, i vostri rossi così importanti, come riesci a farli conoscere e apprezzare anche dai giovani d’oggi?
Gran parte dei miei clienti che vengono a fare le visite in cantina sono giovani come me o ancora più giovani. Per me la comunicazione è tutto. Fin dall’inizio del mio percorso ho sempre valorizzato questa parte e ci ho sempre creduto fortemente. Utilizzare il lessico corretto e mettere a proprio agio il cliente con spiegazioni adatte al suo livello di conoscenza dà una sensazione di inclusione. Per troppo tempo abbiamo comunicato il mondo del vino come se fosse elitario e riservato a pochi esperti, dimenticandoci che il nostro più importante cliente è il cliente finale, che non sempre è un conoscitore accurato del mondo del vino. A volte è ai primi approcci, a volte è a livello intermedio, o può essere anche un esperto. Ma per me è importante dare a tutti lo stesso servizio di informazione sulla mia denominazione e sulla denominazione in generale, in modo tale che una volta usciti dalla mia cantina non abbiano solo un’esperienza, ma anche una conoscenza maggiore del territorio e quindi dei miei vini. In poche parole, se non trasmettiamo le nostre conoscenze ai giovani e non li appassioniamo a questo mondo, possiamo produrre i migliori vini del mondo e/o i più importanti, ma loro berranno altro.
Che vini produci in azienda?
Produco vini rossi, importanti e meno importanti. Abbiamo una denominazione che ci permette di esprimerci in più sfumature, dal più fresco e meno impegnativo come il Valpolicella, al più complesso e impegnativo come l’Amarone. Abbiamo la fortuna che con cinque espressioni del nostro territorio possiamo accompagnare il cliente dall’antipasto al dolce. La nostra filosofia aziendale è sempre stata quella di non uscire con annate non troppo recenti sul mercato. Una scelta legata alla tradizione dell’attesa del vino e alle caratteristiche dei nostri vini.
Donna del vino e anche Sbarbatella: quanto conta per te l’associazionismo?
Conta moltissimo, ma per un’azienda piccola come la mia – abbiamo solo qualche dipendente stagionale che ci aiuta – mentre in cantina, in magazzino, siamo io e mamma ad occuparci di tutto (e fortunatamente ho lei che mi aiuta) – non è così semplice partecipare ed essere sempre attive sulle attività o eventi che vengono fatti.
Come vedi il mondo del vino oggi? E come valuti il calo dei consumi?
Credo che per tanti anni abbiamo sottovalutato le problematiche, dal territorio alla commercializzazione. Siamo entrati nel mondo del business senza pensare alle radici di questo lavoro e a valorizzarle al meglio per mantenerle. Produrre vino è un lavoro umile dell’agricoltura e questi valori sono la nostra tradizione da tramandare alle nuove generazioni. Ciò non significa restare fermi restare agli anni ’50-60 del secolo scorso, ma essere responsabili del patrimonio che abbiamo.
Che consigli dai alle giovani donne che vogliono avvicinarsi nei ruoli più vari al mondo enologico?
È un mondo bellissimo dove la passione soprattutto per noi donne fa la differenza, la donna ha una marcia in più, ne sono fortemente convinta. E nel mondo del vino questo aspetto è ormai riconosciuto anche da molti uomini. Il mio consiglio è fare esperienza in molti ambiti del settore, anche in quelli considerati più umili come le lavorazioni in vigna o la vendemmia. Esperienze che si portano nel cuore per tutta la vita e che ampliano la nostra conoscenza. Nel mondo del vino non si è mai arrivati, quindi dico “abbiate fame di conoscenza e di vita. E sarete un valore aggiunto”.
